Cinema e scuola

Agis Scuola

Da diversi anni l’associazione generale italiana dello spettacolo, la Agis, crea dei programmi dedicati alle scuole di primo e secondo grado al fine di offrire a insegnanti e studenti utili strumenti di approfondimento didattico. All’interno di questi programmi ritroviamo una selezione di titoli recenti e grandi classici del cinema, tutti accomunati dal loro alto valore artistico, culturale e civile.

La Novecento srl intende inserirsi nel solco di questo progetto mettendo a disposizione delle scuole di Modica la sala del Cineteatro Aurora per delle matinée alternative alle lezioni in classe; nello specifico immaginiamo delle lezioni di storia, letteratura o arte tenute dai docenti sul palco dell’Aurora e seguite dalla visione di opere cinematografiche affini ai programmi scolastici trattati.

Perché al cinema?

Il cinema è una forma d’arte e d’intrattenimento con più di un secolo di storia alle spalle; fin dalle sue origini ha saputo reinventarsi sperimentando audacemente nell’ambito dei testi, della fotografia, del sonoro; ha saputo affascinare intere generazioni in modo trasversale senza distinzioni sociali o culturali, creando immaginari collettivi, offrendosi come puro svago o tentando di contribuire alla costruzione di una coscienza civile.

L’immediatezza del cinema viene percepita soprattutto dai più giovani, principali fruitori di opere cinematografiche. Adoperare il cinema e la sua capacità attrattiva allo scopo di rendere più appetibili gli argomenti trattati sui libri di scuola è un esperimento proficuo che può accrescere la curiosità dei ragazzi.

Al fine di soddisfare le esigenze di ogni istituto desideriamo offrire la massima flessibilità in quanto a programmazione e orari che possono essere concordati direttamente con gli insegnanti interessati al progetto.

Info logistica

Ricordiamo che la capienza della nostra sala è di 408 posti a sedere e che possediamo i requisiti necessari all’accoglienza dei disabili.

In una mattina, ovvero dalle ore 9:00 alle ore 13:00, possono essere realizzati due spettacoli cinematografici da 120 minuti ciascuno.

Sono a disposizione dei docenti:

  1. impianto di amplificazione e microfoni.
  2. video-proiettore per slide di grafici o immagini.
  3. assistenza tecnica generale per la realizzazione delle lezioni in sala.

I prezzi del biglietto di ingresso variano in base alla tipologia di film scelto. Sulle prime visioni applichiamo la riduzione standard di € 4,00, mentre per alcuni titoli meno recenti è possibile ottenere uno sconto ulteriore previa disponibilità delle distribuzioni ufficiali. Per info e prenotazioni scrivere a info.novecentosrl@gmail.com o chiamare al numero 3318337809.

(La proiezione di slide o immagini è da concordare con largo anticipo prima dell’evento insieme al tecnico di sala così da poter chiarire di quali supporti e strumenti necessita l’attività in questione).

Le nostre principali proposte per la stagione 2017/2018: 

Il senso della bellezza (V. Jalongo 2017): Quattro anni dopo la sensazionale scoperta del “Bosone di Higgs”, il CERN è alla vigilia di un nuovo, eccezionale esperimento. L’esperimento è insieme un viaggio nel tempo più lontano e nello spazio più piccolo che possiamo immaginare. Così, l’infinitamente piccolo e la vastità dell’universo schiudono le porte di un territorio invisibile, dove gli scienziati sono guidati da qualcosa che li accomuna agli artisti. Tra scienziati che hanno perso l’immagine della Natura, e artisti che hanno smarrito la tradizionale idea di bellezza, attraverso macchinari che assomigliano a opere d’arte e istallazioni artistiche che assomigliano ad esperimenti, emerge un ritratto di attività scientifiche e artistiche come indagine, come immaginazione, come autentico esercizio di libertà. Mentre il nuovo esperimento del CERN procede nella sua esplorazione della misteriosa energia che anima l’universo, scienziati e artisti ci guidano verso quella linea d’ombra in cui scienza e arte, in modi diversi, inseguono verità e bellezza. Tra queste donne e questi uomini alcuni credono in dio, altri credono solo negli esperimenti e nel dubbio. Ma nella loro ricerca della verità, tutti loro sono in ascolto di un elusivo sesto, o settimo, senso… il senso della bellezza.

Loving Vincent (D.Kobiela 2017)  racconta l’incredibile storia della vita di Van Gogh attraverso i suoi quadri. Un potente e suggestivo racconto realizzato con oltre 60000 tele dipinte a mano per un viaggio nell’arte e nel mistero della scomparsa di uno dei più importanti pittori di sempre.

Terraferma (E. Crialese 2011): Terraferma è la terza opera che Crialese dedica al mare della Sicilia. Per raccontare gli uomini sceglie un elemento altrettanto mutevole e inquieto. Filippo, un ventenne orfano di padre, vive con la madre Giulietta e il Nonno Ernesto, un vecchio e irriducibile pescatore che pratica la legge del mare. Durante una battuta di pesca, Filippo ed Ernesto salvano dall’annegamento una donna incinta e il suo bambino di pochi anni. In barba alla burocrazia e alla finanza, decidono di prendersi cura di loro, almeno fino a quando non avranno la forza di provvedere da soli al loro destino. Diviso tra la gestione di viziati vacanzieri e l’indigenza di una donna in fuga dalla guerra, Filippo cerca il suo centro e una terra finalmente ferma. Il regista guarda al mare come luogo di infinite risonanze interiori. Al centro del suo ‘navigare’ c’è di nuovo un nucleo familiare in tensione verso un altrove e oltre quel mare che invade l’intera superficie dell’inquadratura, riempiendo d’acqua ogni spazio.

Fuocoammare (G. Rosi 2016): Gianfranco Rosi racconta Lampedusa attraverso la storia di Samuele, un ragazzino che va a scuola, ama tirare sassi con la fionda che si è costruito e andare a caccia di uccelli. Preferisce giocare sulla terraferma anche se tutto, attorno a lui, parla di mare e di quelle migliaia di donne, uomini e bambini che quel mare, negli ultimi vent’anni, hanno cercato di attraversarlo alla ricerca di una vita degna di questo nome trovandovi spesso, troppo spesso, la morte. Lontano dal tradizionale documentario ‘mordi e fuggi’, che vede la troupe giungere sul luogo, pretendere di capire in fretta o comunque di mettere in ordine i propri pregiudizi e ripartire quando pensa di ‘avere abbastanza materiale’, Rosi è rimasto per un anno a Lampedusa entrando così realmente nei ritmi di un microcosmo a cui voleva rendere una testimonianza assolutamente onesta. Samuele è un ragazzino con l’apparente sicurezza e con le paure e il bisogno di capire e conoscere tipici di ogni preadolescente. Con lui e con la sua famiglia entriamo nella quotidianità delle vite di chi abita un luogo che è, per comoda definizione, costantemente in emergenza. Grazie a lui e al suo ‘occhio pigro’, che ha bisogno di rieducazione per prendere a vedere sfruttando tutte le sue potenzialità, ci viene ricordato di quante poche diottrie sia dotato lo sguardo di un’Europa incapace di rivolgersi al fenomeno della migrazione se non con l’ottica di un Fagin dickensiano che apre o chiude le frontiere secondo il proprio tornaconto. Samuele non incontra mai i migranti. A farlo è invece il dottor Bartolo, unico medico di Lampedusa costretto dalla propria professione a costatare i decessi ma capace di non trasformare tutto ciò, da decine d’anni, in una macabra routine, conservando intatto il senso di un’incancellabile partecipazione. Rosi non cerca mai il colpo basso, neppure quando ci mostra situazioni al limite. La sua camera inquadra vita e morte senza alcun compiacimento estetizzante ma con la consapevolezza che, come ricordava Thomas Merton, nessun uomo è un’isola e nessuna Isola, oggi, è come Lampedusa.

Monsieur Lazhar (P. Falardeau, 2011): In una scuola elementare di Montreal un’insegnante muore tragicamente. Avendo letto la notizia sul giornale, Bachir Lazhar, un immigrato algerino di 55 anni, si presenta nella scuola per offrirsi come supplente. Immediatamente assunto per sostituire la maestra scomparsa, si ritrova in una scuola in crisi mentre è costretto ad affrontare un dramma personale. Poco a poco Bachir impara a conoscere il suo gruppo di bambini scossi ma attenti. Mentre la classe inizia il processo di guarigione, nessuno nella scuola è a conoscenza del passato doloroso di Bachir; nessuno sospetta che è a rischio espulsione dal paese in qualsiasi momento…

Malala (D. Guggenheim, 2015): è un ritratto intimo e personale del Premio Nobel per la Pace Malala Yousafzai, divenuta un obiettivo dei Talebani e rimasta gravemente ferita da una raffica di proiettili durante un ritorno a casa sul bus scolastico, nella valle dello Swat in Pakistan. Allora quindicenne era stata presa di mira, insieme a suo padre, per la sua battaglia a favore dell’istruzione femminile, e l’attentato di cui rimase vittima ha suscitato l’indignazione e le proteste di sostenitori da tutto il mondo. Miracolosamente sopravvissuta, ora conduce una campagna globale per il diritto all’istruzione delle bambine e dei bambini nel mondo, come co-fondatrice del Fondo Malala.

La sposa bambina (K. Al-Salami, 2016): Il film racconta la storia di Nojoom, una bambina yemenita che riesce a fuggire dal suo sposo aguzzino, ottenendo il divorzio all’età di 10 anni. Nojoom è stata costretta dalla sua famiglia a sposare un uomo 20 anni più grande di lei nel fiore della sua infanzia, obbligata a ogni sorta di violenza fisica e psicologica. Una pratica tristemente diffusa nello Yemen come in tanti altri Paesi del mondo quella del matrimonio tra una bambina e un adulto, considerata legittima e soddisfacente per la dote derivante. Un’usanza arcaica, figlia di ignoranza e povertà, a cui Nojoom si è opposta rifiutandosi di avere rapporti con l’uomo che l’ha riportata dai genitori, come si fa con un “elettrodomestico difettoso”. La bambina è riuscita a fuggire dalla sua famiglia, a frequentare la scuola e ad ottenere, la più giovane al mondo, il divorzio. Basato su una storia vera, raccontata nel libro “I am Nujood, age 10 and divorced” di Nojoud Ali e della giornalista Delphine Minoui il film è fortemente autobiografico poiché ripercorre il vissuto della stessa regista, Khadija Al Salami.

Il diritto di contare (T. Melfi,2017): Nella Virginia segregazionista degli anni Sessanta, la legge non permette ai neri di vivere insieme ai bianchi. Uffici, toilette, mense, sale d’attesa, bus sono rigorosamente separati. Da una parte ci sono i bianchi, dall’altra ci sono i neri. La NASA, a Langley, non fa eccezione. I neri hanno i loro bagni, relegati in un’aerea dell’edificio lontano da tutto, bevono il loro caffè, sono considerati una forza lavoro flessibile di cui disporre a piacimento e sono disprezzati più o meno sottilmente. Reclutate dalla prestigiosa istituzione, Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson sono la brillante variabile che permette alla NASA di inviare un uomo in orbita e poi sulla Luna. Matematica, supervisore (senza esserlo ufficialmente) di un team di ‘calcolatrici’ afroamericane e aspirante ingegnere, si battono contro le discriminazioni (sono donne e sono nere), imponendosi poco a poco sull’arroganza di colleghi e superiori. Confinate nell’ala ovest dell’edificio, finiscono per abbattere le barriere razziali con grazia e competenza. La qualità più grande del film di Theodore Melfi è quella di sfogliare una pagina sconosciuta della NASA. Pagina ‘bianca’ coniugata fino ad oggi al maschile. Se la storia, il contributo delle scienziate afroamericane alla conquista dello spazio, è una novità, la maniera di raccontarla è convenzionale ma non per questo meno appassionante. Il diritto di contare mette in scena efficacemente il razzismo e il sessismo ordinario dei bianchi, concentrandosi sui drammi silenziosi che muovono la Storia in avanti. Suscettibile di incontrare il favore di un largo pubblico, Melfi sa bene quando spingere l’emotività dislocando lo sguardo sul romance di Katherine e James, Il diritto di contare segue la storia dell’esplorazione spaziale americana attraverso lo sguardo di tre eroine intelligenti e ostinate che hanno cambiato alla loro maniera il mondo. Hanno doppiato la ‘linea del colore’, inviato John Glenn in orbita e Neil Armstrong sulla Luna.

Lion, la strada verso casa (G. Davis, 2016): Nessun bambino può essere separato dalla sua famiglia. Purtroppo per il piccolo Saroo, di 5 anni di Madras, molte circostanze sfortunate lo portano ad una separazione definitiva dalla famiglia di origine. Ma il suo coraggio, la sua intelligenza e vivacità interpretate magnificamente dal piccolo-grande attore, SunnyPawar, lo porteranno a una nuova famiglia e una nuova vita in Australia. 25 anni dopo il giovane uomo australiano dopo mesi di ricerche con tutte le nuove tecnologie a disposizione ritroverà il piccolo villaggio da cui è partito. Nella parte finale del film gli spettatori accompagneranno Saroo nel suo viaggio a ritroso per ritrovare la mamma e il fratello. Quando finalmente il sogno si avvererà vedremo le immagini dei protagonisti reali di questa appassionante ed emozionante storia. Ogni bambino ha diritto di crescere forte e in salute, di ricevere un’istruzione e protezione, e di avere nella vita le stesse opportunità dei suoi coetanei.

Alla luce del sole (R: Faenza 2005): Il film di Roberto Faenza racconta la storia del presbitero Giuseppe “Pino” Puglisi (interpretato da Luca Zingaretti), il parroco assassinato da cosa nostra a Palermo nel quartiere Brancaccio il giorno del suo 56º compleanno, il 15 settembre 1993. Era un uomo che «sparava» dritto, inflessibile nella denuncia e alieno da ogni compromesso. Con gesti concreti, dedicandosi al recupero dei bambini del quartiere per sottrarli alla mafia, padre Puglisi diventa una presenza scomoda, un simbolo, un freno alla corruzione. Il suo messaggio per i cosiddetti uomini d’onore era di presentarsi “alla luce del sole” e di non agire nell’ombra. Padre Puglisi è il sacerdote della chiesa del quartiere e si accorge ben presto di una dura verità: i bambini della zona sono coinvolti nella mafia e molti hanno dei genitori mafiosi. Il sacerdote cerca quindi di cambiare la situazione, dicendo loro di andare a scuola, in chiesa e di non rubare. Ai ragazzi piace andare a trovare don Puglisi in parrocchia: è infatti un momento in cui possono essere veramente bambini. I genitori mafiosi, al contrario, sembrano non gradire gli insegnamenti di don Puglisi: per esempio, a un ragazzino di nome Domenico viene impedito di frequentare la parrocchia e addirittura, quando disubbidisce, egli viene frustato dal padre.

La mafia uccide solo d’estate (Pif, 2013): Il film diretto e interpretato da Pierfrancesco Diliberto è una commedia drammatica che attraverso i ricordi d’infanzia del protagonista ricostruisce, in toni spesso paradossali e ironici, una sanguinosa stagione dell’attività criminale di Cosa nostra a Palermo dagli anni settanta fino agli anni novanta. Crescere e amare nella Palermo della mafia. Un racconto lungo vent’anni attraverso gli occhi di un bambino, Arturo, che diventa grande in una città affascinante e terribile, ma dove c’è ancora spazio per la passione e il sorriso. Il film mescola la storia di finzione con elementi di repertorio, i funerali del generale Dalla Chiesa, quelli della scorta di Borsellino con un effetto di realtà e coinvolgimento. Un modo nuovo di raccontare la mafia. Un film che dissacra i boss e restituisce l’umanità dei grandi eroi dell’antimafia. Un sorriso ironico e mai banale sugli anni terribili degli omicidi eccellenti. Sullo sfondo di questa tenera ma divertente storia, scorrono e si susseguono gli episodi di cronaca accaduti in Sicilia tra gli anni ‘70 e ‘90.

In guerra per amore (Pif, 2016): Il film conferma quanto di buono il regista, Pierfrancesco Diliberto, aveva già dimostrato con La mafia uccide solo d’estate, parlare di temi scottanti come la mafia attraverso il filtro della favola, di un realismo magico che prova a rendere contemporanei fatti ed eventi storici ben circoscritti. Il film racconta una pagina di storia interessante e poco conosciuta, quella descritta dal rapporto Scotten, documento in cui un militare statunitense denunciava al proprio governo che l’avanzata americana, nella liberazione dell’isola, si era appoggiata a certi padrini favorendo il rinvigorirsi delle associazioni criminali. Siamo nella New York del 1943. Arturo e Flora si amano follemente ma lui è un semplice cameriere mentre lei è promessa sposa, per volere dello zio, al figlio di un boss locale. Per sabotare le nozze, combinate dallo zio, l’unica speranza per Arturo è quella di recarsi in Sicilia dal padre della sua Flora per chiederne la mano. Il viaggio, però, costa e l’unico modo che Arturo ha di poterselo permettere è sbarcare sull’isola in uniforme, dopo essersi unito all’esercito statunitense che è diretto proprio in Sicilia.

La signora dello zoo di Varsavia (Caro, 2017): Ispirato alla storia vera di Jan e Antonina Zabinski, La signora dello zoo di Varsavia è un racconto di eroismo civile in tempo di guerra, e insieme una dichiarazione d’amore per la natura e gli animali. Sul finire del 1939, le truppe naziste bombardano la capitale polacca, riducendo il famoso zoo a un cumulo di macerie. Il direttore della struttura e sua moglie assistono impotenti all’occupazione del Paese e alla costruzione del ghetto ebraico. Ma con l’inizio delle deportazioni, nel 1942, la coppia si mobilita per nascondere intere famiglie di Ebrei all’interno del giardino zoologico, mascherato da allevamento di maiali. La villa degli Zabinski e le vecchie gabbie ancora intatte diventano un rifugio segreto al riparo dai feroci nazisti. “La casa sotto la folle stella”, com’era chiamato lo zoo al tempo del suo massimo splendore, viene ricordata per aver salvato circa trecento Ebrei dal genocidio.

Il viaggio di Fanny (L. Doillon, 2016): Seconda Guerra Mondiale. Molte famiglie di origine ebraica perseguitate dal regime nazista, si trovano costrette ad affidare i propri bambini a piccole organizzazioni clandestine che li accudiscano e li proteggano mentre, al contempo, cercano di nascondere la loro identità Fanny, un’ebrea dodicenne, separata insieme alle sue due sorelle dai genitori, è costretta dalle circostanze a scappare dal proprio rifugio assieme a un folto gruppo di bambini, per cercare riparo in Svizzera.

Nebbia in agosto (Kai Wessel ,2016): Germania del Sud, inizio anni 40, Ernst è un ragazzino orfano di madre, molto intelligente ma disadattato. Le case e i riformatori nei quali ha vissuto l’hanno giudicato “ineducabile”, ed è stato confinato in un’ unità psichiatrica a causa della sua natura ribelle. Qui però si accorge che alcuni internati vengono uccisi sotto la supervisione del dottor Veithausen. Ernst decide quindi di opporre resistenza, aiutando gli altri pazienti, e pianificando una fuga insieme a Nandl, il suo primo amore. Ma Ernst è in realtà in grave pericolo, perché è la dirigenza stessa della clinica a decidere se i bambini debbano vivere o morire.

Un sacchetto di biglie (Christian Duguay, 2017): La vera storia di due giovani fratelli ebrei nella Francia occupata dai tedeschi che, con una dose sorprendente di malizia, coraggio e ingegno riescono a sopravvivere alle barbarie naziste e a ricongiungersi alla famiglia.

Storia di una ladra di libri (B. Percival 2013): Storia di una ladra di libri è ambientato nella Germania della Seconda Guerra Mondiale. Protagonista è Liesel, una vivace e coraggiosa ragazzina affidata dalla madre incapace di mantenerla, ad Hans Hubermann, un uomo buono e gentile, e alla sua irritabile moglie Rosa. Scossa dalla tragica morte del fratellino, avvenuta solo pochi giorni prima, e intimidita dai “genitori” appena conosciuti, Liesel fatica ad adattarsi sia a casa che a scuola, dove viene derisa dai compagni di classe perché non sa leggere. Con grande determinazione, è tuttavia decisa a cambiare la situazione e trova un valido alleato nel suo papà adottivo che, nel corso di lunghe notti insonni, le insegna a leggere il suo primo libro, Il manuale del becchino, rubato al funerale del fratello. L’amore di Liesel per la lettura e il crescente attaccamento verso la sua nuova famiglia si rafforzano grazie all’amicizia con un ebreo di nome Max che i suoi genitori nascondono nello scantinato e che condivide con lei la passione per i libri incoraggiandola ad approfondire le sue capacità di osservazione.

Il diario di Anna Frank (G. Stevens 1959): Nel 1945 Otto Frank, un ebreo che è sopravvissuto al campo di concentramento nazista, ritorna ad Amsterdam, nella casa dove rimase nascosto, insieme alla sua famiglia, per due anni. Qui ritrova il diario scritto da sua figlia Anna, e i ricordi di quel periodo si riaffacciano alla sua mente. Nell’estate del 1942 Otto Frank, per sottrarsi alla persecuzione razziale, si nascose in una soffitta con la moglie e le sue due figlie, Margot ed Anna. Ad essi si unirono i coniugi Van Daan, anch’essi ebrei, col figlio Peter. Per le due famiglie inizia così una vita fatta di terrore e di stenti, rallegrata solo dalle visite quotidiane di Kraler e Miep, i due amici che li hanno nascosti. Anna osserva tutto quello che succede intorno a lei e confida al suo diario ogni suo pensiero: ella ha trovato in Peter un amico sincero e comprensivo. Intanto lo sbarco degli alleati in Normandia ravviva le speranze dei reclusi; ma la visita notturna di un ladro determina il loro destino. Il ladro viene arrestato dalla “Gestapo”, alla quale, per essere lasciato libero, rivela il nascondiglio degli ebrei. Quando i soldati tedeschi fanno irruzione nella soffitta, trovano gli ebrei pronti a seguirli: non c’è più spavento in loro, sono animati da una grande speranza. Prima di lasciare per sempre il suo diario Anna gli confida ancora una volta il suo intimo pensiero: malgrado tutto, ella crede ancora nella fondamentale bontà degli uomini. Anna morirà otto mesi più tardi nel campo di concentramento.

Roma città aperta (R. Rossellini 1945): Roma, inverno 1944. L’ingegner Manfredi, comunista e impegnato nel Comitato di Liberazione Nazionale, chiede aiuto a Pina, una popolana vedova con un figlio e in procinto di risposarsi, per portare a termine un’azione. La donna lo mette in contatto con don Pietro, un sacerdote disposto ad aiutare i partigiani. Manfredi è però comunque in pericolo perché la sua amante, Marina, dipende da una collaboratrice della Gestapo che le fornisce la droga. Questo film, punto di riferimento assoluto del cosiddetto movimento neorealista (termine coniato dopo il 1946 per definire quel cinema italiano che intendeva portare sullo schermo il Paese appena uscito dalla guerra) è stato oggetto nel corso del tempo di innumerevoli studi di approfondimento. Il titolo necessita, a distanza di decenni, di una spiegazione. Il Lessico italiano definisce ‘Città aperta’ “La città priva di difesa e priva di obiettivi militari tipici, rispetto alla quale i belligeranti sono tenuti ad astenersi dall’esercitare la violenza bellica. Il regolamento allegato alla quarta Convenzione dell’ Aja del 1907, relativa agli usi e costumi della guerra terrestre, sancisce il divieto di attaccare e bombardare con qualsiasi mezzo le città indifese (art.25)”. La Roma del ’44 aveva tutte queste caratteristiche ma i nazisti occupanti, fiancheggiati dai fascisti della neonata Repubblica Sociale di Salò, non ne tenevano alcun conto. Rossellini inizia a girare già due mesi dopo la liberazione della città e tutto il film, anche nelle sue parti che oggi potremmo considerare più melodrammatiche, è pervaso dall’urgenza di non far sommergere quanto accaduto da un rassicurante oblio. La vicenda ha tra i protagonisti il sacerdote (splendidamente interpretato da un Aldo Fabrizi temporaneamente sottratto alla comicità) che richiama i personaggi (realmente attivi in favore della lotta antifascista) di don Morosini e don Pappagallo. Roma città aperta nasce muto per necessità. Il costo della pellicola fa sì che la si debba razionare e non ci si possano permettere prese dirette che aumenterebbero il numero di ciak da battere. Finirà invece per rimanere impresso nella memoria di tutti proprio per un suono: l’urlo disperato di Pina (Anna Magnani) che corre dietro al camion sui cui i tedeschi stanno portando via il suo uomo. Quel “Francesco!” urlato prima di venire falciata da una raffica, sarà il grido che sveglierà il cinema italiano da un torpore forzato durato troppo a lungo. Nonostante questo, come spesso accade ai capolavori, la prima accoglienza critica non è certo favorevole e sarà lo stesso Rossellini a ricordare:”Era l’epoca in cui proponevo ad alcuni colleghi di fondare una Società cooperativa, un po’ come gli Artisti Associati, ma nessuno voleva mettersi col regista di Roma città aperta che, troppo chiaramente, non era un’artista”. Ci vorranno il Gran Premio al primo festival di Cannes e la nomination all’Oscar per la sceneggiatura firmata da Rossellini, Amidei e Fellini per
indurre i critici nostrani a ripensare al giudizio dato a caldo.

La battaglia di Hacksaw Ridge (M.Gibson, 2016): 1942, il giovane Desmond Doss, obiettore di coscienza per motivi religiosi e figlio di un veterano della Prima Guerra Mondiale, decide di arruolarsi per servire il proprio Paese. Dopo un addestramento duro e a tratti umiliante, viene ufficialmente designato come soccorritore nella cruenta battaglia di Okinawa. Senza mai imbracciare un arma, Doss dimostrerà a tutti di essere un grandissimo eroe salvando la vita a 75 uomini e diventando il primo obiettore insignito della Medaglia d’Onore del Congresso, la più alta onorificenza militare Americana.

Uss Indianapolis (M. Van Peebles, 2016): Durante la Seconda Guerra Mondiale la USS Indianapolis si distingue come uno degli incrociatori più veloci e temuti della marina americana e sotto il comando del valoroso capitano Charles McVay il suo equipaggio combatte con coraggio le più importanti battaglie sul fronte del Pacifico. Nel luglio 1945 a McVay e ai suoi marinai viene affidata una missione top secret: operare in gran segreto il trasporto di una delle due bombe atomiche che metteranno fine alla guerra. Ma durante la traversata la USS Indianapolis viene affondata dall’attacco di un sommergibile giapponese. Vista la segretezza della missione la nave non viene data per dispersa e il suo equipaggio abbandonato per 5 interminabili giorni nel Mare delle Filippine infestato di squali. Dei 1197 membri dell’equipaggio solo 317 uomini vengono ritrovati ancora in vita da un velivolo della US Navy durante un normale volo di pattugliamento. Per nascondere le proprie colpe agli occhi dell’opinione pubblica, qualche mese dopo il disastro il Governo degli Stati Uniti chiama McVay a giudizio davanti la Corte Marziale. La tragedia dell’Indianapolis e il processo a McVay restano una delle pagine più drammatiche della storia militare americana.

Luci della città (C. Chaplin, 1931): Charlie Chaplin si affaccia agli anni Trenta con un film muto e sonoro (senza parole, ma con musica ed effetti). Da due anni a Hollywood impazza il film parlato. La novità lo inquieta, ma non lo distrae dalle sue intenzioni. Chaplin sta costruendo, sullo schermo, il suo primo grande romanzo. La storia di un amore folle, di un amore puro, di un amore. Lui è ancora il Vagabondo; lei una fioraia cieca che lo crede un milionario. “Una commedia romantica con pantomima”: lo sfondo è la metropoli e i suoi conflitti di classe, ricchi e poveri si sfiorano, si urtano, rimbalzano gli uni contro gli altri, mai ammessi allo stesso discorso. Un mondo che il Vagabondo tiene in pugno con la sapienza del burlesque. Un mondo che davanti allo stesso Vagabondo spalanca la voragine, quando a parlare (senza parole) è il sentimento. Luci della città è un film dalla lavorazione lunga, tormentata, piena di
ripensamenti, di sequenze rigirate centinaia di volte. È il film che proietta nell’eternità il genio comico e tragico di Chaplin. Il primo piano finale, ultimo sorriso che davanti ai nostri occhi si congela in disperazione, non è solo una delle scene che definiscono che cos’è il cinema: si fissa sulla tela dello schermo come una delle opere d’arte imprescindibili del Novecento, e oltre ancora.

Una scuola italiana (A. Loy, G. Cederna, 2010): Un documentario che si inserisce nella miglior tradizione pedagogica italiana. Un viaggio di scoperte e di positive sorprese all’interno di una scuola romana, la Carlo Pisacane, diventata nel 2010 ‘scuola-scandalo’ perché la percentuale di bambini di origine straniera, superava l’80%. I registi Giulio Cederna e Angelo Loy hanno voluto vedere e mostrare che cosa veramente accade alla Pisacane: un ambiente percorso da una vivace riflessione pedagogica, e vivificato dagli sguardi, dall’amicizia, dal calore dei bambini che la frequentano. Una scuola che è da anni simbolo d’integrazione tra le varie comunità e agente importante di conoscenza reciproca. Lo presentiamo insieme a La sospensione, il cortometraggio di Matteo Musso che ha vinto il Premio Visioni Doc-Visioni Italiane 2011: alcune giornate nella vita scolastica di Nid, un diciassettenne arrivato dal Marocco molti anni fa e ora studente in un istituto tecnico bolognese, il racconto profondamente personale di uno sguardo inquieto, di un’integrazione in progress. Due film per una ricognizione viva all’interno della scuola italiana. Nel booklet curato da Cecilia Bartoli, un saggio di Goffredo Fofi sulla storia dei rapporti tra cinema e scuola, presentazioni dei due film firmate dagli autori, testi di Cecilia Bartoli e di Vinicio Ongini e Andrea Meneghelli.

I pugni in tasca (M. Bellocchio, 1965): Un grido di rivolta contro ogni istituzione. Il folgorante, crudele esordio di Marco Bellocchio infierisce con rabbia e disperazione contro la famiglia, il cattolicesimo e altre colonne portanti della borghesia italiana. Selvaggio, sarcastico, molto liberamente autobiografico, girato nelle campagne di Bobbio, porta in scena un eroe antisociale e ribelle. In equilibrio fra adesione e distacco dalla folle lucidità del protagonista, il regista prefigura alcuni umori del ’68. A cinquant’anni di distanza I pugni in tasca mantiene intatta la propria modernità e carica corrosiva. Grazie al restauro della Cineteca di Bologna, effettuato presso il laboratorio L’Immagine Ritrovata con il sostegno di Giorgio Armani, per la prima volta, dopo cinquant’anni, I pugni in tasca ritrova quella fotografia piena di contrasti che Bellocchio voleva e che, per un errore di laboratorio, non fu possibile ottenere. Il restauro è stato supervisionato da Daniele Ciprì. Contenuti extra: La colpa e la pena (1961), Abbasso il zio (1961) e Ginepro fatto uomo (1962): i due cortometraggi e il mediometraggio realizzati da
Marco Bellocchio prima dei Pugni in tasca, durante gli studi al Centro Sperimentale di Cinematografia. Trailer originale e scene tagliate.

Éis Pegàs, Verso le Sorgenti (A. Giannone, 2016): Il documentario di Andrea Giannone rende accessibile e avvincente il racconto dei diversi aspetti del Parco Archeologico della Cava Ispica, un luogo in cui il tempo sembra essersi fermato e che custodisce segni del passaggio di diverse civiltà. La cava è abitata sin dalla Preistoria e ogni porzione rivela millenarie stratificazioni: il documentario ne esplora la storia, le bellezze naturali, le ricerche archeologiche, il lavoro di restauro sui reperti, i riti religiosi legati alla tradizione. Il viaggio Éis Pegàs, verso le sorgenti del PernamazzoniBusaitone, il torrente che ha scavato nei millenni questa cava, vuole essere anche un viaggio verso un passato mitologico che qui non ha mai smesso di vivere. Un viaggio per riscoprire quelle storie che “non avvennero mai, ma sono sempre”.

Neruda (P. Larrìan, 2016): Pablo Larrain non ha mai esitato di fronte alla sfida di raccontare i momenti cruciali della storia del suo Cile. Lo fa ancora, attraverso la vita del poeta nazionale, in Neruda. Non un biopic tradizionale, ma un viaggio post moderno alla maniera di, come ama sostenere il regista, più che su di. Siamo nel 1948, con la Seconda guerra mondiale finita da pochi anni e la guerra fredda in arrivo anche in quella parte del mondo, congelando la collaborazione fra i partiti dei due schieramenti. Pablo Neruda era già il poeta nazionale, dal carisma ammaliatore di un “gigante depravato”, e da qualche tempo anche un senatore comunista apertamente critico nei confronti del presidente Videla, tanto che quest’ultimo ne chiede la destituzione incaricando un improbabile ispettore, interpretato da Gael Garcia Bernal, di arrestarlo. Il film è il racconto di questo inseguirsi di due persone che sempre di più scopriremo dipendenti una dall’altra, fino a sovrapporsi come le due anime di Neruda, quella politica impegnata attivamente e quella artistica, i due possibili sviluppi di un Paese che ancora sognava un futuro, trovandosi di fronte al bivio fra ordine e ideologia comunista. Larrain sembra voler rimescolare formalmente il rigore che aveva caratterizzato i suoi lavori precedenti, realizzando un film pieno di musiche strumentali ad accompagnare i continui cambi di genere, dalla detective story hard boiled alla commedia picaresca, dal dramma intimo all’epicità western di alcune sequenze finali. La figura ingombrante di Neruda non intimidisce il talento di Larrain, che ce lo propone come un personaggio strabordande, eccessivo eppur lieve. Molti sono i momenti grotteschi e divertenti, come quando il poeta e la moglie si aggirano in macchina intorno al palazzo presidenziale suonando di notte il clacson per svegliare il suo inquilino. Il gioco beffardo di un artista che nel farsi politico non dimentica come sia con lo sberleffo che si sfida il potere. Sulle cime innevate della cordigliera delle Ande, luogo simbolo di un Paese in bilico fra grandi conquiste e soffocanti cedimenti, si concretizzeranno il tentativo di fuga e quello di impedirla, il primo capitolo di un viaggio che porterà Neruda a diventare il prototipo dell’intellettuale internazionalista, invitato in tutti i salotti più alla moda di Europa negli anni successivi. Larrain non dimentica come proprio in quelle campagne lontane dal centro politico del Cile il poeta trovò aiuto in gente che non conosceva, come i nativi sulla cui pelle fu creato il Paese, imparando cosa volesse dire la fratellanza senza sovrastrutture. La fusione fra artista e simbolo, privato e pubblico, passa attraverso il dialogo fra se stesso e i suoi personaggi, fino a farli coincidere, riservando a ognuno un ruolo rilevante, un intimo barlume di poesia, trasmettendo alle successive generazioni il nome, insieme a un sogno. Un sogno e un nome che verranno pesto dimenticati e rinnegati, dalle deformazioni di chi lo sbandierava, oltre che da chi lo combatteva fin dall’inizio. Neruda è il nuovo gioiello di un regista fra i più interessanti del cinema contemporaneo, capace di sfogliare la storia senza banalizzazioni, in un rapporto dialogico straordinario fra micro e macro, senza nostalgismi sterili, ma con lucidità estrema. Questa volta riserva al suo Gael Garcia Bernal di No il ruolo di un poliziotto dell’immaginario, “mezzo brutto e mezzo stupido”, ancora capace di subire il fascino della poesia, di chi la pensa in maniera opposta.

I bambini sanno (W. Veltroni 2015): “i grandi non capiscono mai niente da soli e i bambini si stancano di spiegargli tutto ogni volta”. Sui versi de “il piccolo principe” di Saint Exupery si apre il nuovo lungometraggio di Walter Veltroni “I bambini sanno”. Amore, sessualità, vita, morte, raccontati attraverso gli occhi, i volti e le voci di trentanove bambini tra i 9 e i 13 anni. Il film propone uno sguardo inedito, per raccontare la vita da un punto di vista puro, commovente e sincero, come solo quello dei bambini sa essere. Un’indagine che punta ad aggiornare il repertorio dei volti che compongono la nazione, a cogliere le nuove urgenze e che può contribuire a riflettere sulla nostra organizzazione sociale e familiare, mostrando le eccellenze e le contraddizioni del tempo presente. Allo stesso tempo è un lavoro cinematografico che fa sorridere, commuovere e che colpirà per la profondità, anche poetica, di molte risposte dei piccoli protagonisti. Trentanove bambini, dal nord al sud dell’Italia, ognuno intervistato nella propria stanza: la descrivono, lasciando che gli oggetti, le foto, gli arredi raccontino il proprio essere. La telecamera, che documenta in presa diretta le loro testimonianze, diventa il mezzo per guardare il mondo con gli occhi dei più piccoli, capire il loro punto di vista sulle “cose dei grandi”, conoscere i loro progetti futuri, i loro sogni e la loro opinione sui grandi temi della vita: amore, famiglia, religione, sessualità. Un racconto da cui emergono le differenze tra le
culture, le storie e le origini di ognuno di loro. Dalle risposte dei più piccoli nascono così dei grandi insegnamenti per quegli adulti che li osservano ogni giorno, perciò alla domanda “cosa serve nella vita per essere felici?” Kevin 11 anni non ha dubbi: “sognare”.

Il grande gigante gentile (S. Spielberg, 2016): Il GGG è un gigante, un Grande Gigante Gentile, molto diverso dagli altri abitanti del Paese dei Giganti che come San-Guinario e Inghiotticicciaviva si nutrono di esseri umani, preferibilmente bambini. E così una notte il GGG che è vegetariano e si ciba soltanto di Cetrionzoli e Sciroppio rapisce Sophie, una bambina che vive a Londra e la porta nella sua caverna. Inizialmente spaventata dal misterioso gigante, Sophie ben presto si rende conto che il GGG è in realtà dolce, amichevole e può insegnarle cose meravigliose. Il GGG porta infatti Sophie nel Paese dei Sogni, dove cattura i sogni che manda di notte ai bambini e le spiega tutto sulla magia e il mistero dei sogni. L’affetto e la complicità tra i due cresce rapidamente, e quando gli altri giganti sono pronti a nuova strage, il GGG e Sophie decidono di avvisare nientemeno che la Regina d’Inghilterra dell’imminente minaccia, e tutti insieme concepiranno un piano per sbarazzarsi dei giganti una volta per tutte.

Il piccolo principe (Film d’animazione, M. Osborne, 2015): Un vecchio ed eccentrico aviatore e la sua nuova vicina di casa: una bambina molto matura trasferitasi nel quartiere insieme alla madre. Attraverso le pagine del diario dell’aviatore e i suoi disegni, la bambina scopre come molto tempo prima l’aviatore fosse precipitato in un deserto e avesse incontrato il Piccolo Principe, un enigmatico ragazzino giunto da un altro pianeta. Le esperienze dell’aviatore e il racconto dei viaggi del Piccolo Principe in altri mondi contribuiscono a creare un legame tra l’aviatore e la bambina. Affronteranno insieme una straordinaria avventura, alla fine della quale la bambina avrà imparato ad usare la sua immaginazione e a ritrovare la sua infanzia.

La mia vita da zucchina (C. Barras, 2016): Film di animazione dedicato agli adulti e ai ragazzi, non adatto ai bambini piccoli. Storia dura, emozionante, bellissima. Zucchina, il cui vero nome è Icaro, è un bambino sensibile, affettuoso, timido figlio di una mamma alcolizzata con cui vive momenti di grande affetto e lunghi periodi di indifferenza che qualche volta arrivano alla violenza. Sembra già una storia molto triste ma non è che l’inizio. La mamma muore, viene mandato in una casa famiglia in cui sono ospitati altri bambini soli e già segnati dalla vita. Sembra non legare con nessuno e desiderare la vita di prima ma invece l’affetto e la capacità degli assistenti, l’amicizia con gli altri, la serenità e l’amore di altri adulti porteranno ad intravedere e a sperare in una soluzione positiva.
Alla ricerca di dory (Film d’animazione, A. Stanton, 2016): La più amata e smemorata pesciolina azzurra Dory ritrova i suoi amici Nemo e Marlin e, insieme a loro, cercherà di fare luce sul proprio passato. Cosa riesce a ricordare? Chi sono i suoi genitori? E dove ha imparato il balenese?

Richard missione Africa (Film d’animazione, T. Genkel, 2016): l’uovo si schiude e Richard apre gli occhi sul mondo per la prima volta, i suoi genitori non ci sono più e, al loro posto, il neonato passerotto trova la cicogna Aurora, che lo porta nel suo nido e lo cresce come un figlio. Col sopraggiungere dell’autunno, però, le cicogne dello stormo di Aurora, del suo compagno Claudius e del loro cucciolo Max, devono partire verso l’Africa, per sfuggire al freddo e obbedire alla loro natura. Anche se costa loro moltissimo, devono abbandonare Richard: non sopravviverebbe al viaggio. Ma il passero non ci sta: convinto di essere una cicogna, parte intrepido verso Sud, deciso a ricongiungersi con la sua famiglia.

Sing (Film d’animazione, Garth Jennings, 2017): Sing racconta la storia di Buster Moon, un elegante koala proprietario di un teatro un tempo grandioso ormai caduto in disgrazia. Buster è un eterno ottimista – va bene, forse è un po’ un furfante – che ama il teatro più di qualsiasi altra cosa e che farà il possibile per salvaguardarlo. Di fronte allo sgretolamento della ambizione della sua vita, Buster ha un’ultima occasione di ripristinare il suo gioiello in declino al suo antico splendore, producendo la più grande competizione canora al mondo. Saranno cinque i concorrenti ad emergere: un topo tanto bravo a canticchiare quanto ad imbrogliare; una timida elefantina adolescente con un enorme caso di ansia da palcoscenico; una madre sovraccarica che si fa in quattro per occuparsi di una cucciolata di venticinque maialini; un giovane gorilla che sta cercando di allontanarsi dai reati della sua famiglia di delinquenti; ed una porcospina punk-rock che ha difficoltà a liberarsi di un fidanzato arrogante e a diventare solista. Ogni animale si presenta all’ingresso del teatro di Buster convinto che questa sarà l’occasione per cambiare il corso della propria vita.